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MONTE MUSINE':
DIVAGAZIONI SPAZIALI - SECONDA PARTE
A proposito di divagazioni spaziali, vale la pena di ricordare un'insieme di bellissime stilizzazioni: il Sole, un cacciatore e la sua preda, una barca con due occupanti.
Una barca in montagna? Niente di eccezionale, si sarebbe indotti a pensare, considerando che al tempo in cui vennero presumibilmente eseguite le incisioni il fondovalle era coperto da un vasto lago formatosi alla fine dell'ultima glaciazione. Un particolare pare incoraggiare gli 'amici degli UFO': la barca, dalla chiglia tondeggiante, sembra navigare sopra i cacciatori, sopra il Sole, proprio come le misteriose 'conchiglie volanti' dell'India, dell'Indocina, dell'America precolombiana.
Non vogliamo qui certo fare della fantascienza: siamo però convinti che alcune misurate concessioni alle ipotesi più ardite servano sia a stimolare i ricercatori, sia a ravvivare l'interesse per gli appassionanti enigmi del nostro passato.
Il Musinè ha un compagno non meno affascinante: il Ciabergia, alto 1170 metri, un altro punto strategico per l'ingresso nella valle di Susa. E qui, ancora una volta, Mario Salomone ha reperito per la scienza nuovo materiale di studio.
Passandolo brevemente in rassegna, possiamo cominciare con una curiosa 'ruota' di pietra con un diametro di 64 cm e uno spessore di 14. Gli studiosi tradizionalisti la chiamerebbero 'macina', ma ci pare che con questo reperto le macine abbiano ben poco in comune. Vi notiamo, infatti, due coppelle di proporzioni notevoli: 12 cm di diametro, 7 di profondità. E c'è un taglio che, passando tra l'una e l'altra, divide esattamente in due la 'ruota'.
Il disco (che circonda stranamente uno di quei volti senza bocca definiti 'spaziali' in archeologia) darebbe già abbastanza da pensare di per se stesso, ma c'è di più: esso richiama subito alla memoria un'enigmatico masso marocchino posto nei pressi di Imzilen, chiamto Tazrout n'Troumit, 'la pietra della romana' e anche 'la pietra caduta dal cielo'.
Una leggenda vuole che una donna straniera vi uccidesse sopra il proprio figlioletto, credendo che il masso si aprisse, regalandole in cambio del sacrificio un favoloso tesoro. Ma qui abbiamo senza dubbio a che fare con una delle tante versioni del biblico sacrificio di Abramo, che, diffuso in tutta l'area mediterranea, sta a simboleggiare la rinuncia ai riti cruenti con vittime umane. "La definizione berbera 'pietra della romana'", osserva l'etnologo francese Jean Mazel, "non ha alcun riferimento all'epoca romana, ma si richiama alla parola roumi e ai suoi derivati iroumain (plurale) e troumit (femminile), designanti sia qualcosa di estraneo all'ambiente umano, sia un'epoca antichissima, perduta nella notte dei tempi, come tutto ciò che è anteriore all'Islam". Non sarebbe dunque illogico pensare che questo strano masso sia servito ai culti di un'umanità primitiva imparentata con quella che incideva sulle pareti del Tassili i famosi 'mostri dalla testa rotonda' scoperta da Henry Lothe.
Alcuni contadini dicono: si crede che questa parete sia caduta dal cielo, con le incisioni già fatte, proveniente da qualche altro mondo.
La ruota del Ciabergia potrebbe essere servita benissimo, come quella marocchina, a scopi sacrificali: il fatto che la zona sia stata abitata è ampiamente dimostrato dalle numerose coppelle, dai segni solari, dai graffiti visibili nei dintorni, alcuni dei quali chiaramente antropomorfi o
zoomorfi.
Sorperndenti sono pure i cosiddetti 'massi con il cappello', due rocce levigate dai ghiacciai o dagli agenti atmosferici sulle quali sono state
collocati enormi pietroni. Sono indubbiamente opera dell'uomo: uno di quei 'cappelli',
di forma irregolare, misura 3,30 metri di lunghezza ed è posto
sopra un macigno alto 6 metri, sul quale è stato scavato un incavo
per trattenerlo. L'altro è un tronco di piramide, altro 2,15
metri, issato su un masso che si leva a 7,10 metri dal terreno.
"Notevole", dice Salomone, "è il fatto che i costruttori abbiano
sistemato sotto questo 'cappello' una grossa pietra appiattita per
mantenerlo nella posizione voluta. Gli incavi sono perfetti, tanto
che l'opera si è conservata tale e quale, malgrado le condizioni
meteorologiche non certo favorevoli, per secoli e secoli, fino ai
nostri giorni..."
I FAVOLOSI GIGANTI
Di che cosa si tratta? Con molta probabilità di monumenti a
carattere religioso, forse del ricordo del culto dei giganti, ai
quali il cosmologo Deins Saurat e l'etnologo John Layard collegano
l'erezione dei dolmen e dei menhir.
Secondo Saurat, a piazzare le colossali pietre furono dapprima i
titani stessi, quindi gli uomini, i quali avrebbero inteso così
"evocare e far rivivere gli dei", cioè gli smisurati esseri
divinizzati dalla loro immaginazione.
Ai giganti e ai loro adoratori (sempre stando alle teorie dei due
studiosi, condivise da molti altri) dovremmo attribuire pure i
cromlech, formati da menhir disposti in circolo, a rappresentare
appunto la cerchia delle divinità. . Famosissimo è quello di
Stonehenge, in Inghilterra, le cui origini, antichissime, hanno
dato vita ad innumerevoli leggende.
Ebbene, anche il Piemonte ha la sua piccola Stonehenge. Sul
Ciabergia, a quota 1100, si trova un allineamento di monoliti alti
da 1,40 a 2,20 metri, disposti in semicerchio, indubbiamente a
formare un cromlech. Molti sono scomparsi, undici sono caduti,
scalzati dalle radici degli alberi circostanti, ma sette sono
ancora eretti, a suggestiva testimonianza di un passato sul quale
non potremo forse fare mai luce completa.
Come si è giunti alla scoperta di quest'altro straordinario museo
preistorico all'aria aperta? "In un modo molto facile per chi sa
leggere la pietra", sorride Salomone. "Ci ha guidati una vera e
propria carta topografica, una cosiddetta 'mappa litica' incisa su
un masso lungo 3,60 metri e largo 2,20, con coppelle e solchi che
le collegano. Le prime rappresentano gli insediamenti, i secondi
le strade da percorrere per raggiungerli".
Eccoci dunque di fronte all'affascinante mistero delle coppelle,
questo remoto, semplice e ingegnosissimo alfabeto universale. Oggi
sappiamo che veniva usato tanto a rappresentare costellazioni,
quanto ad anticipare la segnaletica stradale, a fornire
indicazioni di vario genere. Ma non sappiamo tutto, né possiamo
sospettare quanti altri messaggi i nostri lontani antenati ci
abbiano lasciato: decifrarli significherebbe gettare lo sguardo in
uno sconcertante, insospettabile passato...
Fine.
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